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Italia al collasso, medici a spasso

  • 9 dic 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

29 maggio 2020

Avere impegni importanti significa alzarmi di buon’ora, solitamente prima della sveglia. Non capisco però come riesca a ritrovarmi sempre in ritardo, pur svegliandomi con due ore di anticipo: deve esistere per forza di cose un buco spaziotemporale tra il water e i cereali, altrimenti non si spiegherebbe come quelle due ore diventino quindici minuti, mentre mi lavo la faccia; in realtà, quei quindici minuti dovrebbero essere considerati dieci, in quanto mi rifiuto di uscire di casa senza aver defecato.


Anche oggi sono in ritardo.

E c’è un tempo di merda.

La giornata giusta per una manifestazione.

Mi infilo in macchina e decido che non vale la pena guidare come un pazzo per recuperare qualche minuto: meglio rispettare i limiti e accumulare abbastanza ritardo per inventare una buona scusa.


Arrivo a Bologna.

Parcheggio.

E c’è un tempo di merda.

Mi incammino verso Piazza Maggiore e penso che l’ennesimo sciopero degli autobus possa essere un valido motivo per l’ora e un quarto di ritardo.


Raggiungo le Due Torri.

E c’è un tempo di merda.

Per farmi ricordare chi comanda, Madre Natura decide di scatenare gelide raffiche di vento e secchiate d’acqua. Infreddolito e fradicio, con le scarpette di tela inzuppate, perché oltre ad essere un ritardatario, sono rinomato per la mia furbizia, mi si apre davanti la vastità di Piazza Maggiore.


E all’improvviso dimentico tutto.

Dimentico l’acquazzone, il freddo, le nuvole, il traffico, il buco spaziotemporale e il ritardo.

Emozionato e stupito, vesto il camice bianco e prendo posto in mezzo alle centinaia di amici e colleghi che oggi hanno deciso di scendere in piazza perché stanchi.

Stanchi della gestione scellerata del nostro bene più prezioso: il Sistema Sanitario Nazionale.

Stanchi di non essere considerati dalla politica per quello che siamo: una risorsa insostituibile. Stanchi di essere trattati come bambini sognanti: vero, caro Ministro?

Stanchi di essere visti come ragazzini ingrati e studenti, invece di adulti e professionisti.

Stanchi di essere obbligati a vivere in un limbo di precarietà e impossibilità di realizzazione professionale.

Stanchi di essere sfruttati per quattordici ore al giorno in cambio di due spicci, senza riconoscimento di straordinari e guardie.

Stanchi di non avere garanzie di una formazione specialista aperta a tutti i medici, di qualità e uguale dal Brennero allo Stretto di Messina.

Stanchi di dover abbandonare le nostre famiglie, i nostri amici e il nostro Paese per emigrare verso un futuro migliore e dignitoso.

Siamo semplicemente stanchi.

E lo siamo contemporaneamente in ventuno piazze di Italia, da Nord a Sud fino alle Isole.


La manifestazione si conclude.

Forse riusciremo ad essere ascoltati: il MIUR ci esorta a inviare una delegazione di rappresentanti per affrontare in dettaglio le problematiche per cui siamo scesi in piazza, mentre l’Assessore alle politiche per la salute dell’Emilia-Romagna ci raggiunge in piazza per ricevere un dossier da inviare all’attenzione della Conferenza Stato-Regioni.

Forse riusciremo a smuovere qualcosa.


Dopo qualche ora, escono i primi articoli online e veniamo addirittura menzionati da The Guardian e Le Figaro. Ne rimango sorpreso! Ma rimango ancora più sorpreso perché, a differenze di diverse testate internazionali, nazionali e locali, i telegiornali nostrani non spendono una parola su di noi.

Perché la nostra manifestazione ha visibilità in Inghilterra e in Francia e non in Italia?

Perché questi avvenimenti non fanno notizia tanto quanto i litigi di ritardati che cercano goffamente di aggrapparsi ad ogni millimetro della propria poltrona, per non cadere nel dimenticatoio?

La manifestazione è andata bene, ma a quanto pare non c’è abbastanza interesse per parlarne. E dire che dovrebbe interessare i cittadini in primis: noi medici possiamo ben sfruttare le nostre braccia per zappare la terra e avere comunque la pancia piena; voi cittadini, invece, non potete permettervi il lusso della scelta: o vi fate curare dai medici o non ci sarà nessuno a prendersi cura di voi.


Immerso nei miei pensieri rivoluzionari e nel gelato al pistacchio, arrivo a sera.

Ricevo un messaggio da un mio vecchio e caro amico di liceo, che chiamerò Scimmia Banana, sia per l’aspetto fisico, sia per la passione di lanciare pensieri e idee a forma di merda.

Devo ammettere che si tratta di un messaggio alquanto confuso: tralasciando i complimenti per la manifestazione, mi parla di fermare in qualche modo tali “vaccinatori seriali”, aggiungendo un’emoji di un dito medio. Non sono sicuro a chi sia rivolta, se a me o a loro. Provo comunque ad illustrare i motivi della nostra mobilitazione, ma ci avventuriamo ben presto nell’argomento ostico dei vaccini: scopro che, in attesa della nascita della figlia (che ansia, eravamo compagni di banco al liceo!), a detta sua da completo ignorante, si è “informato” in materia di vaccini, probabilmente vendendo anima, neuroni e portafoglio a qualche setta di ciarlatani. La giornata non poteva concludersi meglio: una lunga conversazione con il mio primo paziente novax.

Che emozione, finalmente mi sento un vero medico!


7 dicembre 2020

Sono passati poco più di sei mesi e qualche ondata pandemica da quel 29 maggio. Molte cose nel frattempo sono cambiate, basti pensare alle nuove abitudini di vita ormai radicate nella nostra quotidianità. Altre, invece, non sono cambiate affatto: anche oggi c’è un tempo di merda; anche oggi siamo in piazza a manifestare, o meglio in diverse piazze di tutto il Paese; anche oggi siamo stanchi della gestione della nostra formazione post-laurea.


A differenza della scorsa volta, però, ci sono alcune novità: finalmente, sembrerebbe che sia di interesse pubblico parlare di come 24000 medici siano tenuti in ostaggio dall’inettitudine di un Ministro e del suo Ministero nel gestire un concorso pubblico, dai tempi biblici della giustizia italiana e dall’egoismo di alcuni colleghi; sembrerebbe importante anche sapere che circa 10000 di questi resteranno a spasso per un altro anno, nel migliore dei casi, in bilico tra il precariato e il burnout da lavoro in prima linea durante l’emergenza sanitaria; inoltre, parrebbe causare non poche preoccupazioni il pensiero che tra poco migliaia di medici si dimetteranno in massa da USCA, guardie mediche, pronto soccorso, case di riposo e altri incarichi per iniziare i corsi di specializzazione, rischiando quindi il collasso di un sistema sanitario già traballante di suo.

Questo lo capiscono giornalisti, opinionisti, politici e influencer: iniziamo ad apparire su giornali, telegiornali, social, video e dichiarazioni.

Stiamo raggiungendo l’opinione pubblica!


Ma ancora non basta e quindi anche oggi ci ritroviamo a manifestare.

Per lo sblocco di un concorso gestito da cani.

Per poter conoscere cosa ne sarà delle nostre vite professionali e private.

Per la risoluzione di sto cazzo di imbuto formativo.

Per la dignità che dovrebbe essere riservata a medici, cittadini e sistema sanitario.

In poche parole, oggi manifestiamo perché i camici bianchi sono incazzati neri!



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