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15 novembre 2019

  • 24 ott 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 28 nov 2020

Dieci giorni.

Duecentoquaranta ore.

Novecentosessanta episodi di Beautiful.

Ecco il tempo necessario per sopprimere l’entusiasmo di un neolaureato per l’Ospedale e i “buongiorno dottore!”.

È già mezzogiorno e il giro visite, fantastico momento di contatto con altri esseri umani, si è ormai concluso da più di un’ora, mentre mancano ancora otto tira e molla tra Brooke e Ridge alla pausa pranzo. Osservo la dottoressa Doraemon, tutor delle prime settimane, alle prese con mouse e tastiera, che cerca disperatamente la pagina giusta per richiedere l’assetto epatico del paziente della 21, e improvvisamente capisco: questo magico posto, che inizialmente credevo un tranquillo rifugio dalle incessanti richieste di pazienti e familiari, incarna in realtà uno degli ultimi residuati di tortura medievale sopravvissuti fino ai giorni nostri, o semplicemente una gran rottura di coglioni; una stanza in cui il medico deve passare la maggior parte del proprio tempo davanti ad uno schermo con risoluzione di ben quattro pixel, su una sedia inquisitoria (sì, quella spinata), lontano dai pazienti e da qualsiasi altra forma di vita intelligente e fin troppo vicino alla burocrazia.

Mi chiedo come sia possibile che una professione così umanistica come quella del medico sia stata ridotta ad un semplice lavoro di pubblica amministrazione, tanto che le conoscenze del software usato in reparto sembrano più importanti della semeiotica. E mi chiedo anche come sia possibile non aver aperto prima gli occhi: se devo passare i prossimi cinquant’anni con il culo attaccato ad una sedia, preferirei farlo alle poste, dove sembrano anche più comode!

In realtà, oltre ad insegnarmi l’odio verso qualsiasi forma di tecnologia e seduta, questi dieci giorni sono stati il primo vero scontro con la realtà: per quanto sia bello sfoggiare il proprio camice bianco e sentirsi chiamato dottore, o imparare a prelevare il sangue e a gestire le terapie, tutto ciò viene annichilito all’ingresso di quella camera, tipica di tutte le lungodegenze, nel mio caso la numero 16, dove gli anziani entrano con le proprie gambe, spesso trascinati di fretta da familiari scalpitanti per un weekend fuoriporta, e ne escono sdraiati; i più fortunati ancora con gli occhi aperti.

Se davvero vogliamo il loro bene, evitiamo di accompagnare nonni, genitori, zii, cugini, Brook nella camera numero 16 solamente per andare in gita senza pesi. O se proprio dobbiamo, portiamo dalla vacanza almeno un souvenir che non sia la solita calamita da frigo!


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